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note a gravità zero
Sabato 21 febbraio, Essie Jain, doppio set faentino: Casa del Disco h.18.30, Clandestino h.22.30
Due set, diversi. Il primo alle 18.30, alla Casa del Disco in Corso Mazzini 38. Essie Jain alla voce e alla chitarra interpreta pezzi suoi e pezzi d’altri, unisce il suo passato musicale inglese e americano e offre un accenno di ciò che sta per diventare canzone. Alle 22.30, tassative, l’artista inglese propone il suo set al Clandestino (Viale Baccarini 21), al pianoforte e tromba. Come detto, sarà un concerto delicato e poco adeguato ad un sabato carnevalesco. L’umore quest’anno è questo. Si prega di portare rispetto ad un’artista che mette a nostra disposizione l’eleganza della sua musica. E rispetto a noi, che il concerto l’abbiamo scelto per il sabato carnevalesco. Perché oggi la leggerezza di Essie Jain suona più trasgressiva. ***
E’ un carnevale carnale e leggero, nella contrapposizione più bella dei due termini. E’ un sabato di carnevale dove piuttosto che imbrattarsi di trucchi e di chapeaux ci si spoglia e ci si osserva. Con lo sguardo più onesto che ci viene. Il Clandestino mette da parte i cari travestimenti delle grandi occasioni e lascia che il cabaret burlesque possa rendere straordinario un giorno qualunque, piuttosto che ingombrare il giorno che lo si aspetta. Essie Jain suona per noi il sabato di carnevale, e non si può capire il rischio della scelta finché non ve lo spiego. Ve lo spiego.
Essie Jain è l’eleganza – lo si vede dalla foto. E’ di origine inglese, e di Londra ha ricevuto la tradizione folk più autentica e per niente ossigenata. In tempi già meno recenti si fa adottare da New York, non da quella contaminata da mille culture, ma dalla New York nascente del dopoguerra, quella dei jazz club pieni di fumo, di muri che sudano e di voci illuminate. Tuttavia raccontare la leggerezza di Essie Jain significa prima di tutto scrivere questa storia mettendo i fronzoli fra parentesi, cioè asciugarsi di abbellimenti retorici e trappole descrittive. Per sottrazione, seguendo la lezione di Calvino, si arriva al peso della sostanza, che, di per sé, ha “gravità senza peso”. Questo è l’angolo da cui osservare la musica di Essie Jain. Se Peggy Lee è il faro lontano e Nick Drake è il gusto soffice degli arrangiamenti, la Jain ha trattenuto il lato più scuro di PJ Harvey e l’atteggiamento melodico sofisticato di Madeleine Peyroux. Leggerezza e oscurità, eleganza melodica e arrangiamenti scheletrici: con melanconia e levità. Tutto torna, nel raccontare la sua storia. Così come Calvino insegnava che “la melanconia è la tristezza diventata leggera”, così Essie Jain è colei che alza il busto verso l’alto mentre suona seduta, colei che tiene il tempo sollevando la pianta e il tacco del piede. La vedi, la malinconia: entra dai suoni asciutti, esce dalla voce e dai piedi, si riverbera fra il biondo antico dei capelli. Continue reading ‘note a gravità zero’
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behind some weirdness
today it’s a english-speaking day. not because there are brits over, nor because i have been transplanted into a brit body, but, today, the few words that are crowding my brain are english, or body-language, or even no-language at all. i am only listening to instrumental music, i am having a “spiritual unity” with Alber Ayer trio and a Tortoise mood, for what this shiny sunday looks like.
english language is functional, and i have been pretty functional lately. not speaking much, but doing much. planning, cleaning, listening, thinking, organising, taking decisions, settling, softening relations, loving, and again planning, cleaning, listening, reading, thinking, keeping in mind, settling, etc. That is probably why Alessandro sometimes tells me “did someone steal your mouth?”. I am just being silent, when possible. I am silent because I am busy taking care of something else but speaking, namely skipping decisions. speaking is action, as well as thinking is action, writing is action; but speaking is a double-action if you know what you’re talking about. isnt’ it? speaking means you have thought, read, loved, done something. and probably i am now so focused on “skipping” and “doing” – so action zero – that maybe tomorrow (i don’t mean tomorrow, tomorrow, but tomorrow, sometimes in the next days, weeks), I’ll be speaking normally as I was.
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matrimusic – un sabato valentino
dico sempre “sì sì amo la sua musica”, che sia di Antony, degli Smiths, dei Beatles o Nick Drake. ma quando mai ho avuto il tempo, la voglia, l’occasione di celebrare la musica che amo? celebrarla e condividerla, il giorno di San Valentino, alla Casa del Disco. altro che problemi di gender, sabato 14 dalle ore 17:30 ci sposiamo con David Bowie, Lou Reed, Jim Morrison, Madonna e John Legend. Manca solo Hugh Grant e sarebbe una commedia inglese dal romanticismo grottesco. Mio malgrado Hugh non c’è, ma assicuro che: commedia, romanticismo e gusto grottesco non mancheranno.
cosa succede: lo/la/i music-sposi salgono in vetrina. l’oste, Francesca Barzanti, introduce il motivo d’unione nello stile che più le pertiene (divertente, dinamico, surreale) e il poeta di casa Franco Bonucci scrive un paio di versi ispirati allo sposalizio. La Banda della Vetrina celebra ogni sposalizio con canzoni per voci sole (nel caso se la vedessero brutta, si avvarranno di basso, chitarra, e aggeggi vari).
cosa si vince o si acquista:
- un heart-shaped box firmato Casa del Disco (non quello dei Nirvana ma quello formalmente modificato dalla nostra insanità mentale e dalle mani sapienti di Claude –> già autore dell’1mballo di cartone)
- cioccolatini San Valentino limited edition firmati da Pasticceria Fiorentini
- un cuore di rame firmato Scara
- cd/lp
come partecipare: Se sai già con chi celebrare l’unione e per quale motivo, presentati il giorno di San Valentino alle 17:30 e il rito sarà celebrato. se ti va, scrivici 2 righe di email a casadeldiscofaenza@gmail.com per dirci che lo vorresti fare (giusto per fare una stima approssimativa dei tempi e delle canzoni della Banda). per i singles musicali: scrivici qui casadeldiscofaenza@gmail.com o telefonaci qui 0546.22235 (chiedi di Livia o Serena) e comunicaci i tuoi 3 cantanti/gruppi preferiti o le 3 canzoni preferite. ci penseremo noi a trovare un uomo, una donna, o un LP, che condivida la tua stessa passione.
il matrimusic è dedicato a: chi si lascia emozionare dalle note, dalle voci, dagli strumenti. chi non può fare a meno di cantare in macchina. chi ricorda i momenti grazie alle canzoni che li accompagnano. chi si esalta durante i concerti. chi attacca il poster di … sul muro della cucina. chi fa zapping alla radio in cerca di quella canzone. chi piange sui titoli di coda del film per la colonna sonora commovente. chi trova soddisfazione a scoprire nuovi talenti e nuovi suoni. chi si sente coinvolto nella crescita di un artista perché lo segue da anni. chi studia musica ed entra nella composizione artistica con ammirazione. chi si lascia ispirare e sedurre dalla Musa.
Link utili e GRAZIE 1000 a:
- Francesca Barzanti http://www.stamparesrl.it/editoria/catalogo.php?libro=5
- Franco Bonucci www.settesere.it/public/parser_download/save/numero.ss.2008.48.pag05.pdf
- La Banda della Vetrina http://www.youtube.com/watch?v=ADgTNnwQI6E
- Pasticceria Fiorentini www.pasticceriafiorentini.com
- Scara (aka Daniele Serantoni) www.myspace.com/scara_scara
- Clandestino www.myspace.com/clandestinofaenza
- Claude
- Anna Zylicz http://thisisunitedspace.blogspot.com/
- Serena Veslemøy Frati – autrice del logo pixelato Casa del Disco, che appare in questa locandina http://img410.imageshack.us/img410/3244/matrimusicyeahmz5.jpg
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Tags: celebrazione, matrimonio, sogni
una giornalista di Sette Sere mi ha fatto alcune domande su come va la bottega e su come la penso sul solito dilagare di mp3 e compagnia. dato che interessa anche alla Siepe, ho copiato e incollato domande/risposte, sperando di fare cosa gradita (come nelle email più formali in formalina).
- che 2008 è stato?
Tutto sommato stabile rispetto all’anno precedente.
- “la crisi”. fantasma o realtà?
In termini di vendite il negozio ha risentito in maniera marginale della condizione di crisi che ha coinvolto molti lavoratori faentini. Il calo rispetto al 2007 non è significativo; tuttavia, potrebbe essere imputabile sia appunto alla crisi che ha coinvolto le grandi industrie locali, sia al cambio di personale, che appare ancora come una novità da apprendere e apprezzare. Ogni cambiamento richiede tempo per trovare un equilibrio nella propria realtà.
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Tags: centro storico, faenza, idee, intervista
Joel Kennedy has the XFactor
Oggi è successo che un mio articolo di presentazione di uno sconosciuto newyorkese è stato cancellato dal menabò de La Voce a favore dell’intervista a pagina intera alla signorina Baschetti, che ha rifiutato il festival perché 30mila euro per 5 giorni sono un compenso troppo basso. sì? Comprese le motivazioni editoriali di scalzare una notizia da 5 possibili lettori per una notizia da 5mila possibili lettori, ecco che il mio testo lo pubblico qui. perché stasera, JOEL KENNEDY suona alla Casa del Disco, e lunedì al Clandestino.
***
Anche Joel è di New York. “Conosci Sam Amidon o Ken Wiatrek?”, “No, chi sono?”, “Gente con cui hai qualcosa in comune”. Joel Kennedy, così come gli altri due, ha raggiunto New York intorno ai 20 anni, è molto legato alla musica contemporanea, è un musicista di talento e umiltà, e passerà da Faenza alla Casa del Disco e al Clandestino. Incontriamo Joel per caso, grazie al comune interesse musicale. Capita in zona per passare un pò di tempo con la fidanzata coreana, che da 6 anni vive e lavora a Faenza come ceramista. La loro storia nasce grazie al “pungmul“, che non è il nome di un nuovo Tamagochi, ma è (grazie Wikipedia) la musica tradizionale coreana legata al mondo contadino. Joel è talmente affascinato dallo stile ritmico del pungmul che, a seguito dell’approfondimento in un gruppo universitario (prova a immaginarteli!), decide di passare un pò di tempo in Corea (a Seoul) per studiare la tecnica ritmica alla batteria. Un passo indietro: l’Università di cui parlavamo è la Columbia University (quella dei Vampire Weekend, compagni di “scena musicale”), dove Joel ha studiato musica+biologia+filosofia, “la combinazione che avrei scelto se il sistema italiano l’avesse permesso” – dico io con ammirazione. “Sono stato molto affascinato da Milford Graves, batterista free jazz piuttosto popolare negli anni ‘60. Lui studia le relazioni fra i bioritmi del nostro corpo e i ritmi della musica, quindi compone poliritmie e le suona con straordinaria precisione: sul corpo hanno effetti molto potenti”. Ma Joel si è avvicinato per gradi alla musica d’avanguardia, perché il suo primo passo sono stati i 3 dischi di Christian music di Bob Dylan (sì, del Bob Dylan cristiano), i Pink Floyd, gli Os Mutantes, fino a Moondog (il cieco barbone blues più famoso degli Stati Uniti), la musica classica, Goblin, Bartok e The Zombies. Questo il percorso del bizzarro artista figlio d’America (ha vissuto in 5 Stati fino ad oggi), che sarà in concerto oggi pomeriggio alle 18 alla Casa del Disco di Faenza (Corso Mazzini 38) e lunedì sera (2 febbraio) al Clandestino (Viale Baccarini 21).
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o-confor-table (da cannes)
la connessione in albergo costa 4 euro all’ora. trovo un bar con la wifi e mi approprio di una seggiolina in simil pelle su un tavolino di legno. luogo: O Confor-Table, e in effetti si sta piuttosto bene. anche se sono l’unica cliente e bevo solo un caffé.
spunti dalla gita a cannes in versione autista-accompagnatrice-turista:
ecco i divi russi: coloro che sperano di essere Britney Spears ai tempi di Toxic, ma che cantano con la stessa attitudine dei nostri cantanti di liscio (“tutti insieme”, “oh oh”) e che ballano mimando movenze di sesso in maniera più fake di quanto non lo faccia quel genio di Chicco de Matteo (http://www.youtube.com/watch?v=qrTivPvpWdI):
Sergey! http://sergeymusic.co.uk/principal.php
e Valeriya! http://it.truveo.com/Valeriya-on-Russia-Today/id/803104297
invece mi sono piaciuti parecchio loro: www.myspace.com/mujuice e stasera vado a vedere le produzioni di questa etichetta: http://www.tru-thoughts.co.uk/
per il resto cannes è divisa in due: la croisette e tutto il resto. nella prima i riferimenti sono “dal negozio Dior volti a sinistra”, nella seconda i riferimenti sono “hai presente l’angolo dove c’è l’edicola, da lì parte un vicolo, fai le scale, arrivi dove c’è una macelleria e di fianco la tabaccheria, lì chiedi”. cannes è orribilmente charmante, come tutte le città che stanno su questa costa (genova uber alles). e per il fatto che siamo in francia, è come se ogni mini relazione fosse messa sotto lente d’ingrandimento. dicono che sia una città pericolosa, di non girare soli, di stare attenti a questo e a quello. ma la cosa che fa paura per me è la sua tipica diversità: è il fatto che qui, il forno, è pieno zeppo e la gente (di tutti i colori) sta in fila fino fuori dalla porta. di fianco, c’è una coppia mista che fuma narghilé nel terrazzino, e ancora a fianco un baretto con il tendone trasparente fuori che dà un “tetto” a fumatori coi denti gialli di thé e a nonne francesi che commentano le orride condizioni del bagno. è una città globale perché gli immigrati sono qui da 2-3 generazioni, e iper-locale, perché ognuno tende a mantenere le proprie abitudini. ed è incredibilmente bello.
nota negativa: il signore sbilenco con un occhio mezzo chiuso mi ha tristemente confessato che il negozio di dischi “Nuggets” ha chiuso i battenti. rimane solo la fnac. e io che insistevo: è chiuso perché è domenica o ha chiuso? è chiuso, insomma, domani non apre, ha concluso. sono entrata al cinema V.O con un sacchetto di bon bon Haribo e sono uscita con la maglietta ancora bagnata di lacrime. per Nuggets e per il film, Australia (meraviglioso polpettone strappalacrime).
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sam is the man
molti sanno che mi piace Sam Amidon. queste 2 parole mi stanno girando in testa da qualche giorno e stanno per trasformarsi in parole performative, o come cavolo diceva paul grice, quelle parole che cambiano lo stato delle cose. la combinazione di sam + amidon sta per diventare qualcosa di simile, che mi fa salire uno sbuffo tutte le volte che lo pronuncio (o lo penso). sono fatta così. mi stufo in fretta, di qualsiasi cosa. perché l’aspetto talmente tanto, e mi carico così tanto di emozioni, che poi arriva il giorno clou (o ciù) che l’entusiasmo ha giusto girato l’angolo. ma mercoledì Sam me lo godo, eccome. perché poi dietro la sua musica ci sono storie, ci sono ricordi berlinesi, c’è speranza di pubblicazione, c’è l’Islanda, e ci sono collaborazioni. Non conosco il motivo ma il suo nome – sam amidon – fa girare cose, le fa piroettare, per lo meno attorno a me. E sapere che questa persona domani si materializza alla stazione di faenza, mi piace da matti. oggi, tutto sommato, è una giornata positiva. ieri, pure. domani, lo sarà. chiudo con lo spot promozionale, anche se alla Siepe e a Graffetta interessa davvero poco (ps. graffetta odia il folk, il gabbiano johnatan, paolo cohelo, la finocchiaro, i fiori di bach, i gerani, la cura Ludovico e tante altre piccole cose.)
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un imballo totale
graffetta vorrebbe mangiare la ciccia, leggere rubinstein, scrivere note, urlare sciocchezze, correre sotto ai portici quando c’è la nebbia, giocare a scatole cinesi, occuparsi della siepe, prendere in giro le signore con la pelliccia, mettersi le dita nel naso, depilarsi e addormentarsi sulle desperate housewives.
invece graffetta è in un
1mballo TOTALE ed è piuttosto contenta di esserlo

la festa di capodanno
CASA DEL DISCO / CLANDESTINO
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post it tredici
graffetta non sopportava le cose ingombranti, in generale. qualsiasi cosa avesse dettagli accessori in esubero, come i tanti aggettivi qui usati, era da cancellare. come le cosce d’agnello con zenzero-melecotogne-miele (gnam gnam), o come le mise rococò a base 3 della signora Remis. Ogni suo accessorio era ripetuto almeno 3 volte, o 9, o 27, a seconda delle percosìdire “necessità”. Portava una collana con 3 pendagli uguali o variazioni su tema; portava le calze con almeno 27 pois per gamba; portava scarpe con almeno 9cm di tacco e quando si metteva la gonna con le frange, beh, la somma delle frange doveva fare un numero a base 3. graffetta sognava di fare shopping con lei (nel camerino a contare i dettagli dei capi). tuttavia, non avendo accesso ai suoi deliri fashionisti, Graffetta aveva il controllo sulle sue esplorazioni musicali.
Basta dire che dalla sua canzone manifesto “il triangolo” di Renato Zero era riuscita ad approdare sulle note di Third dei Soft Machine. Se Graffetta non avesse siglato il traguardo, non ci avrebbe mai creduto. Sarebbe interessante raccontare tutto il tragitto musicale che l’ha portata fino a lì, ma andremmo fuori tema: si parlava di cose ingombranti. Tuttavia, è un rischio che corriamo volentieri.
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