Anne ha un’espressione indimenticabile. Straniata, dubbiosa, generosa, comprensiva. Anne interpreta … em, Anne, e insieme a lei, sul non-palco del F.I.S.Co (all’Ex Conservatoria dei Registri Immobiliari di Bologna), ci sono Zack (college serial tv americano che lavora per un’azienda compilando TAR – time adjustment request), Bobby (nerd fricchettone=occhialoni e camicia più cappello da pirata e collane etniche) e altri due personaggi anonimi che recitano muti per “mosse”.
Sono il Nature Theater of Oklahoma, compagnia fondata da Pavol Liska e da Kelly Copper, residenti a New York e per la prima volta in Italia, a Bologna, a presentare lo spettacolo “No Dice”.
Di questo voglio parlare, “No dice”, espressione che si usa per indicare il rifiuto di una richiesta oppure le poche chance di successo. Non c’è speranza, “no dice”. Speranza, o successo, ma di cosa?

Di creare una storia sensata, lineare, anche simbolica, con personaggi protagonisti e co-protagonisti, con un plot, uno sviluppo e un finale. Facciamo un passo indietro. Ipotizziamo che nel retroscena teorico dello spettacolo ci sia anche l’accusa alla “scrittura” e alla “stampa” di essere la causa principale della perdita progressiva della nostra arte orale, di raccontare cose, inventarcele o giocarci sopra. Ciò che a me pare il N.T.O voglia dire si concentra in poche parole: cioè che la nostra quotidianità è segnata da una difficoltà di ricordare – innanzitutto, e di costruire dunque storie di noi sulla base di una narratività finita.
“No dice” sembra metta in scena proprio questo, ovvero
- la difficoltà di dar vita oralmente a storie significative
- la dispersione di idee, attacchi, sviluppi e conclusioni
- bozze di argomenti e pezzi di altri, stralci che si ripetono senza sommarsi, racconti Frankestein, insomma.

Come lo fa, e come ha fatto per realizzarlo, è davvero curioso, ed è qui che sta l’intelligenza del progetto e della sua concreta messa in pratica.
Pavol ha registrato una marea di ore di conversazioni al telefono di amici e parenti, conversazioni sull’oggi, sullo ieri, sul “cosmic hum” e sul nulla: Kelly le ha ascoltate, tagliate e cucite insieme per argomento e stile di conversazione: è così che nasce lo script di “No Dice”.
I tre protagonisti della scena centrale si raccontano episodi di lavoro, di serate al dinner-theater, di attacchi di fame notturni e tanto altro, ma lo fanno a singhiozzo, incrociando inizi e sviluppi, mangiandosi parole, usando accenti paradossalmente molto diversi (francese, irlandese, russo, americano), sfociando per lo più nel non-sense e nella superficialità dei discorsi. “No Dice” è geniale perché non solo ci fa presente che abbiamo in parte perso l’arte del racconto orale, ma ce lo sbatte in faccia nella sua più esagerata iperbole. Da qui infatti nascono il cinismo e l’ironia che contraddistinguono lo spettacolo, sovrapposti a situazioni goffe e sdolcinate, con cui si alleggerisce l’atmosfera.

Ma c’è altro. Nel mezzo delle conversazioni spuntano anche altri argomenti, fra cui lo stesso “storytelling”, l’arte del narrare, e le avventure di un attore semi-professionista. In entrambi i casi il discorso orizzontale della performance esce dai brevi sketch, si dinamizza e prende volume meta-discorrendo.
Ricordo Bobby parlare di storytelling, della sua difficoltà nel raccontare una storia che sta scrivendo da 25 anni (probabilmente la sua età), e della maggioranza delle persone che invece di raccontare storie, se le fanno raccontare.
E’ per questo che cinema, fiction tv e casi di cronaca nera con i omicidi plurimi vengono interpretate come “le nostre storie di oggi”?
Bobby appunto esplicita la sua difficoltà a narrare in alcune battute del tutto personali rivolte ad Anne; ma ciò di cui parla Bobby è anche un tema che si astrae da lui e dallo script e si spalma su tutto il testo: va a fornire un elemento in più per capire di cosa ci stanno parlando gli attori. Parlano per 4 ore, ma cosa ci raccontano?
Non solo ce lo domandiamo, ma la nostra domanda fa parte del dialogo fra Anne e Bobby, dove Bobby lamenta di aver bisogno di una storia: anche se non è una storia completamente “lineare”,”There’s a story in there somewhere!”, dove ci sono quattro personaggi, uno sviluppo, etc. Bobby dice anche “…people expect to have a story to go with storytelling”. E’ ciò a cui stavamo pensando! Noi, seduti di fronte a loro, ci aspettiamo che i fili dei loro discorsi possano riallacciarsi, ipotizziamo che prima o poi tutti i diversi racconti Frankestein possano appunto diventare Frankestein. Ma per questo non c’è speranza, ci troviamo vagamente illusi, con le nostre aspettative rese manifeste nel testo teatrale e allo stesso tempo infrante dallo stesso sviluppo narrativo del testo.

Credo ci sia altro ancora, ad un livello ancora più astratto e inglobante. Cioè l’incapacità di afferrare e comprendere la sfera spirituale, l’extra-sensoriale, il “cosmic hum” di cui parla Anne. Insomma, non è difficile capire che il discorso sulla “cosmic dance” è strettamente legato a quello dello “storytelling”, dove nel primo si parla di ciò che ci rende vivi ogni giorno che è “being connected to the transcendent, to the cosmic dance”, e nell’altro si parla della difficoltà di avere accesso ad una storia che io interpreto come storia generale, una storia della vita, dove sì ci sono personaggi – noi, intrecci, inizi e conclusioni – ma dove manca la possibilità di vedere tutto da un ulteriore punto di vista che possa inglobare tutto e dare forma ad una storia universale con una buona narrazione. he. dici poco.
c’è speranza per questo?
per loro sembra non esserci, no dice, ma poi lo spettacolo si conclude con un ballo sfrenato che fa morir dal ridere e dà una gran vitalità. Dunque sta a noi decidere se accettare la sfida o semplicemente lasciarla correre e lasciarci correre interpretando vita e teatro come due sfere distinte, o complementari, o semplicemente le stesse.
Comunque vada, io, al Nature Theater of Oklahoma, gli voglio bene, e continuare a ballare mi sembra un’ottima decisione.



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