una striscia in vicolo Pasolini
sottotitolo: leggo Linus e capita Pasolini, Pier Paolo, a discorrere di lingua, politica e funzionalismo.
Sono in via di trasferimento in vicolo Pasolini e leggo Pasolini. Convinta e fiera fino ad oggi che il vicolo fosse intitolato a lui e non ad un casato faentino.
bene: Pasolini – nome che non ho mai sentito così spesso come negli ultimi tempi. Lui scrive cose molto intelligenti, a mio avviso, già nelle prime 20 pagine di Empirismo Eretico, edizioni Garzanti.
nelle prime 20 pagine, cioè quelle che ho letto fino ad ora, è condensata una teoria sulla storia dell’uso della lingua nazionale, lingua che dichiara da subito (pagina 1) inesistente. individua innanzitutto una linea di mezzo, che è la lingua dei libri di scuola, della stampa, delle comunicazioni ufficiali, etc. La lingua che ci hanno insegnato, insomma. Quella che conserva cioè l’italiano “irreale” e medio borghese, che non esiste.
Bene, al di sopra e al di sotto di questa “terra di mezzo che non sa né di carne né di pesce” ci stanno, in centinaia di caselle quanti sono i gironi danteschi, molti dei grandi letterati del Novecento che hanno dato vita a valori nuovi con le loro opere: quelli che hanno creato una letteratura “variamente sublime, o iperlinguistica” stanno in alto, mentre coloro che sono portatori di “letterature naturalistico-veristico-dialettali” incorporano linguaggi “bassi”. Altri, come Gadda, tracciano “linee serpentine”, fra l’alto, il basso e il mezzo.
Pasolini, quando scrive, sta vivendo il 1964; giusto per ricordarci che da allora ad oggi non molto è passato che ci ha sconvolto di piacere (tranne i sigur ros, a mio parere, ma di altro linguaggio si tratta).
il motivo è presto detto. Il linguaggio della scienza e della tecnica ha strumentalizzato la lingua, le ha strappato molta della sua espressività qualitativa per lasciarne quella funzione comunicativa che è indispensabile all’esercizio primo della sua funzione. Non so bene cosa intenda di preciso Pasolini con “espressività”, e non so neppure se mai riuscirò a capire cos’è questa stratificante “espressività” che viene contrapposta alla “omologante tecnica”. e il motivo del dubbio permanente potrebbe stare nel fatto che mi trovo nata figlia della lingua nazionale zero, dove l’alto e il basso si appiattiscono in funzione di una funzione minima. com’era prima, mi chiedo? vi chiedo? *
una cosa simile mi pare sia accaduta e stia accadendo in politica. mi capita di leggere oggi una striscia di Linus dal vicino di sotto. ora, in questo caso sto traendo come esempio di una situazione possibilmente reale una situazione di fantasia puramente caricaturale. Se ne tenga conto. Sulla nascita del PD e sul casting dei candidati di partito nei diversi collegi elettorali, il geniale fumettista Stefano Disegni mette in scena un dialogo fra due politicanti (ne propongo un riassunto influenzato da lacunosa memoria e scarso senso dell’umorismo; rimando a Linus di aprile, nelle edicole):
“conosco un fantino”, “è perfetto per roma capannelle?”, “ottimo, poi c’è l’estetista”, “abbiamo anche il vicepresidente di condominio”, “e anche il buttafuori, il becchino, la fioraia e l’investigatore privato”,
“eh (sospiro), e dire che una volta i politici venivano scelti per la loro cultura e preparazione politica…” “come sei obsoleto, oggi li scegliamo per la loro rappresentatività”, “và, facciamoci una pizza”, “appunto, ci stavamo dimenticando del pizzettaro egiziano, lui dove lo metti?”, “così siamo anche solidali, aspetta che chiamo Walter”.
“Si potrebbe dire, insomma, che centri creatori, elaboratori e unificatori di linguaggio, non sono più le università, ma le aziende” (Pasolini, pag. 18), i chioschi e le riunioni di condominio.
che futuro illuminante!
no?
*(le idee espresse da Pasolini nel saggio in questione sono davvero tante, e ognuna andrebbe approfondita, o quantomeno seguita lungo il suo sviluppo. per tutto questo, rimando a “Nuove questioni linguistiche” in Empirismo Eretico, Garzanti).
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Grazie per questo post. Da ex lettrice di Linus (per vari motivi) e patita di questioni di scrittura e oralità io accolgo l’invito alla lettura e ti invito a cercare il monologo “Bestiario italiano” di Marco Paolini (una esse in meno), che dieci anni fa mi ha sconvolto la vita ed ancora oggi mi orienta nella vivace Babele contemporanea tra est e ovest dove mi trovo. E grazie per riflettere sulla situazione delle parole in Italia, dove il pericolo è non riflettere più sul senso del linguaggio, ed ogni volta che abbassiamo la guardia veniamo derubati delle parole e del loro senso. Resistere, resistere, resistere. E baci, baci, baci.
in ritardo, ma arrivo.
sto googling il Bestiario italiano, grazie giulia. per leggere e per spedirmi stimoli… che non vedo l’ora di accogliere!
ti inoltro baci a volontà, muà muà muà
e prima o poi prendo il volo e arrivo là,
busso: posso?