mur mur
è già venerdì. le foto della scorsa settimana sono appena state eliminate dalla macchina fotografica e depositate sull’hard disk che ospita queste cose. tutto rigorosamente incasinato, privo di logica. a volte ringrazio chi programma il computer perché gli dà ordini automatici che almeno mi risparmiano di mettere le foto in un ordine cronologico. ed è già venerdì. tutto ciò che mi ero promessa di fare questa settimana è quantomeno slittato al weekend, e tutto ciò che non avevo previsto ha preso il sopravvento nella gerarchia delle indolenze quotidiane. così si affollano cose, impilate come i libri da leggere e sparsi come gli ultimi biglietti dei treni obliterati. vorrei che queste cose avessero un ordine, dei tag e un obiettivo. come le balle di fieno tonde che si asciugano al sole prima di essere raccolte. vorrei esserci arrotolata dentro, ora, in quelle balle di fieno, per respirare gli odori della pioggia sull’erba secca e per poter esplorare campi e campi di coltivazioni. nel frattempo ridiscuto la scorsa settimana, quella dominata dai Sigur Ros e da Firenze, che, con una certa regolarità, sembra diventare meta di ogni mio weekend.
I Sigur Ros sono l’unico gruppo che andrei a sentire ogni 6 mesi e di cui non ascolterei neppure un album. è dal vivo che loro sanno darmi il meglio della loro alienità, creando una musica che sola riesce a portarmi dentro di sé, sola sa far commuovere ed emozionare fino all’ultimo applauso. sono alieni, i Sigur Ros. chissenefrega se sono psichedelicialla pink floyd o post-rock alla whateveryouwant, quando quei 4 folli seguiti dal quintetto fiati (che fa finale di 8 e 1/2) e quartetto d’archi, sono sul palco, tutti i riferimenti esplodono e i giudizi vengono a saltare per trovare invece conforto nella mur mur (pelle d’oca in persiano). vengono da lassù e lassù mi sanno trascinare,
per quelle 2 ore di iridescente e umana emozione. si tocca, appunto, come la “mur mur”. e dopo i sigur ros le connessioni analogiche vengono esasperate e i contorni del Santo Spirito di Brunelleschi paiono tasselli di un puzzle che prosegue in cielo, e l’arco qua sotto, accanto a Porta Romana, sembra il taglio di capelli di Cleopatra.
domani torno in toscana, firenze e livorno, per i chemical brothers, per la sister franci e giggling con heike (Heike Has the Giggles aprono il mega concerto allo stadio di livorno, yahoo).
ps. (fyi) graffetta sta bene. non so come, ma è venuta a sapere che sto parlando di lei. è da un pò che non mi chiama, ma so per certo che se la passa bene, nella sua tana da orso come sempre. non è una buona scusa per non parlare di lei, me ne rendo conto, ma per ora non ho notizie fresche, anche se per giungere a quelle ci vorranno mesi.
ps2. buon compleanno ciro
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post it sei.
una volta graffetta, quando era bambina, si affogò di bigné. i genitori dovettero portarla al pronto soccorso, sottoporla alla rianimazione e farle fare una lavanda gastrica che sturasse il blocco tracheale. i bigné, in sostanza, si erano accartocciati l’uno sull’altro, il 20esimo sul 19esimo, il 19esimo sul 18esimo, e così via fino al primo, innocuo, buonissimo e dolcissimo bigné che era stato la causa dell’effetto domino al contrario.
graffetta i bigné li amava, dunque, fin da quando era bambina. dopo quell’intossicazione, continuò a mangiare bigné, ma con moderazione, pensando sempre alla sonda endogastronomica che le avevano fatto digerire.
nel periodo in cui viveva a firenze, aveva preso l’abitudine di mangiare un paio di bigné a settimana, dopo un esame importante, dopo una bella seduta di sesso con il ragazzo, dopo una litigiosa cena con l’amica del cuore nonché coinquilina nonché compagna di stanza. insomma, i 2 bigné, distribuiti a piacimento nel corso della settimana, non solo erano il rimedio ma erano anche il credo.
“la fede nel bigné” non sta nella sua sostanza (la dolcezza), ma nella sua forma (a-forma): più duro fuori, più sciolto dentro, da mordere fuori, da leccare dentro, più ruvido fuori, più viscoso dentro. e così via.
quello era il principio. quello dei the Fiery Furnaces di “Blueberry Boat”. fuori, ai primi ascolti, c’è una genialità ruvida, una schiozofrenia disomogenea, una zona collinare di saliscendi salati. poi, dopo il terzo-quarto ascolto, esce tutta la fluvialità che c’è in loro, se la musica può essere fluviale. dolcezza, gusto di zabaione e mirtilli aspri, visionarietà espansa e distribuita su una piattaforma liscia e lineare.
nella vita, graffetta, cercava di seguire lo stesso principio. con talune persone, il modello reggeva e meritava la sperimentazione. con talaltre non si arrischiava neppure di spendere energie in più. quest’ultimo, come da immaginarsi, era il caso del coinquilino francese-con-la-fissa-di-de-gaulle.
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la siepe ha cambiato layout, perché si era stancata di tutta la (v)erbosità della tuta mimetica. ha deciso allora di mascherarsi da donna in tailleur, in bianco e in nero, con una leggera pennellata di rossetto fuxia quando serve. spero vi piaccia. salut (per rimanere in tema tailleur).
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post it cinque.
graffetta era un’incredula. graff faceva parte di quei pochi increduli che però amavano i Parliament. perché graff era incredula così come la musica dei Parliament.
la sua incredulità - come spiega Eco nel Pendolo - “non esclude la curiosità, la conforta. Diffidente delle catene di idee, delle idee amavo la polifonia. Basta non crederci, e due idee - entrambe false - possono collidere creando un buon intervallo o un diabolus in musica” (anche detto “tritono”).
due idee, come armonia e devianza insieme, possono creare una band come i Parliament, che erano tanto funky, soul, black inside, ben cantati, ben suonati etc. ma erano dei personaggi freakkettoni di prima scelta, e tenevano la devianza insieme alla rettitudine musicale. olé.
così graffetta, era un tipo in-questo-senso incredulo, e per darvene un esempio raccontiamo il sunto della sua storia d’amore. quando il ragazzo che le piaceva iniziò a flirtare con lei, graffetta reagì dapprima ritraendosi come un riccio per poter studiare separatamente le due idee da lei ritenute poco compatibili (lei che ama lui; lui che flirta con lei): raggiunto il momento in cui graff capì che potevano stare insieme, grazie anche alle persuasive dimostrazioni di interesse da parte di lui, allora si aprì come una spugna bagnata e vi si dedicò.
nonostante, dunque, il finale della storia sia già stato svelato, più avanti entreremo nei dettagli delle vicende. ma solo più avanti.
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post it quattro.
alice guardava i gatti, così come graffetta guardava blair.
wikipedia potrebbe usare questo esempio per spiegare la figura retorica della similitudine. funziona esattamente così, quando si individua un termine medio che accomuna due diverse situazioni. in questo caso potrebbe essere “l’attrazione dello sguardo” (con “l’ossessione”, in nuce), perché, come alice si ipnotizzava davanti ai gatti, così faceva graffetta davanti a tony blair. lo seguiva dappertutto, su ogni canale televisivo, ogni stazione radio (e se lo immaginava rilasciare una testimonianza); lo aveva impresso sullo sfondo del desktop del suo misero pc portatile, e si era sbattuta una cifra per poter andare a roma quando lui era in visita ufficiale al campidoglio. non sembrava il tipo, graffetta, da prendersi a cuore un individuo e costruirne sopra una mitologia: infatti non lo era.
non le sarebbe mai venuto in mente se non fosse stata la sua maledetta antipatia per il francese-con-la-fissa-di-charles-de-gaulle a incoraggiarla a fare di tutto per poterlo contraddire, per potersi opporre con motivazioni alla sua esuberanza di grandeure. ci crediamo bene, quel francese-con-la-fissa-di-de-gaulle veniva dal sud della francia, vedeva parigi come un surrogato della civiltà nata e diffusasi fra marseille e lyon, ed era venuto in erasmus a firenze solo per prendere atto di quanto fosse brutto e cafone tutto il resto del mondo.
non aveva però messo in conto l’ipotesi di vivere con graffetta nello stesso WG (letto “veghe”, come dicono in tedesco, per intendere un appartamento/famiglia dove i coinquilini vivono armonicamente insieme - nella migliore e più rara delle ipotesi).
lei, invece di scegliere l’italia come territorio-mitizzabile vs. il sud della francia, aveva preso un territorio a loro due neutro - nel caso concreto - ma storicamente imbrigliato in guerre, tensioni e alleanze con la francia. l’inghilterra era il giusto terzo incomodo, arma che, se ben giocata, poteva portare ottime soddisfazioni.
giocare in casa italia sarebbe stato un autogol, a partire da tutte le incongruenze quotidiane e burocratiche facilmente riscontrabili dal francese-c.l.f.d.d.g: facili prede presentate su piatti d’argento utili a sostenere la sua idée francaise.
e così tony blair.
che poi, è diventata, come ben intuivamo, un’Ossessione con O maiuscola.
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post it tre.
i genitori di graffetta spesso la incalzavano su argomenti letterari, consigliando autori e letture; di tanto in tanto scavalcavano la mera linea rizomatica della letteratura, e sconfinavano nel mondo delle idee, suggerendo - davvero di rado - un pensiero poco banale.
capitò, un giorno, che la madre, vittima di un colpo di caldo alla fronte, si lasciò sfuggire un paio di perle (subito riconosciute da graffetta per la loro caratteristica di sporadicità) sui modelli di pensiero legati alle lingue.
disse “in effetti quando diamo voce ai nostri pensieri, loro sono già esistenti sotto forma di lettere e parole nella nostra mente”. e continuò “non avevo mai pensato al pensiero in termini linguistici, come un susseguirsi di soggetto+verbo+complemento. perciò il pensiero avrà forme diverse a seconda della lingua che si parla”.
[parentesi quadra. he, per questo graffetta si sentiva ripetere "finché non pensi in inglese, tu, l'inglese, non lo parlerai mai". ma a lei piaceva rispondere "it doesn't make a bend", cioè, la letterale traduzione di "non fa una piega". così facendo graffetta consegnava il suo consenso all'interlocutore ma allo stesso tempo si prendeva gioco di lui mettendo in pratica il contrario del suo suggerimento.]
A queste considerazioni di notevole spessore, graffetta prendeva appunti, li accartocciava e nascondeva nella tasca anteriore della salopette, e rispondeva alla madre: “se il prezzo del petrolio salirà ancora, le borse affonderanno”. oppure: “tagli alle spese, rischiano le imprese”. studiava economia, graffetta. macroeconomia, per essere precisi.
per lei, che si commuoveva per “arancia meccanica” e rivedeva “tutti pazzi per mary” per la scena dello sperma sul ciuffo, la riflessione filosofica non era il suo forte. nonostante amasse sognare, mentre aspettava e si leccava la punta dei capelli.
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Togliamo la “n” in fondo al nome di Mike Patton e prendiamo nota del nome che resta: Mike Patto. Suona strano, ma Mike Patto è esistito, è nato una ventina di anni prima di Mike Patton, e non ha avuto mai niente a che vedere con lo stravagante vocalizzatore americano.
Mike Patto è inglese, ed è un cantante bianco pallido con una bella voce soul. Lui, insieme ad una manciata di musicisti di alto bordo (il raffinato Peter “Ollie” Halsall alla chitarra, John “Admiral” Halsey al basso e Clive Griffiths alla batteria), ha fondato i Patto, di cui la Vertigo Records pubblica l’album d’esordio omonimo, datato 1970.
Tendano le orecchie coloro che amano la musica fatta di corpo e calore [carica soul, tenacia blues, groove del tutto rock e acrobazie da jazzisti], però deviata da finezze cerebrali come l’esuberante chitarrismo mancino di Halsall e le esplorazioni gravitazionali del basso.
Sembra tutto perfetto, come dovrebbe essere, ma la storia che stiamo raccontando ha avuto un corso segnato da eventi poco fortunati, a partire dalle appena 5000 copie vendute del meraviglioso esordio. Difficile a spiegarsi, dato che: l’album è stato prodotto da Muff Winwood (fratello di Steve dei mitici Traffic); gli stessi musicisti poi suoneranno con artisti da classifica (Lou Reed, John Cale, Brian Eno, etc.); l’album ha una copertina gialla con un’illustrazione che, per quanto brutta, attrae; l’album gode di uno zoccolo di fan che tenta in ogni modo di sollevare il morale già a terra dei 4 mitici Patto. Nessuna di queste quattro premesse, certo, possono portare necessariamente alla conclusione “successo”, ma diciamo che a rigor di logica e di intuito questo sarebbe potuto essere un album di successo. Se, e solo se, la sfortuna non si fosse abbattuta su di loro. Prima sotto forma di insuccesso musicale (sono seguiti altri tre album, mai considerati né dalla critica né dal pubblico), poi, peggio, come sorti di vita (Mike Patto è scomparso nel 1979, Ollie Halsall nel 1992, John Halsey paralizzato e Clive Griffiths semi invalido).
Parliamone, allora di quest’album chiamato Patto e suonato dai Patto. Si apre con la seducente ballata “The Man” dal ritmo sempre spostato in avanti e la melodia accattivante. Sulla stessa linea si svolge la bella “Government Man”, che non rinuncia al calore del suono nonostante l’acidità delle liriche. L’accentuazione rock viene fuori in “Hold me back” e “Red Glow”: l’esuberanza del bassista crea uno spessore eccezionale insieme alla voce black del cantante e all’incedere rhythm’n’blues. In “Time to die”, il ritmo in tre e la chitarra acustica di Olly Halsall creano un’ambientazione più cantautorale che per certi giri armonici ricorda Buckley senior e junior. “San Antone” è la canzone freak dell’album, divertente e ballabile, a cui fa da contrappunto”Money Bag”, lunga suite free di stampo jazz e chitarristico. Tre le due si situa diligente “Sittin’ Back Easy”, che conclude l’album affermando “il” suono-Patto, fatto appunto da una melodia portata dalla voce soul di Mike Patto, dal marchio della Diavoletto bianca di Halsall (sia in giri distorti e potenti che in virtuosismi jazz), dalla batteria che si muove con gusto fra il jazz e il 4/4 rock.
Patto è un album dimenticato, resuscitiamolo!
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post it due.
graffetta veniva incoraggiata dai genitori a mangiare
la sogliola. cosa che lei, conoscendo il sapore del pesce, non poteva sopportare. non tanto il pensiero di ingoiare quel pesce stirato, ma soprattutto l’atteggiamento impositore dei due capifamiglia. gli voleva bene, senz’altro, ma a graffetta non importava più di tanto la loro opinione. lei - che consapevolemente passava da uno stato di sociopatia ad uno di stravaganza estroversa con la “str” urlata al mondo - ecco, lei, in fondo, seguiva sì con tenacia le sue cose, ma a tratti tendeva a soffermarsi sugli aspetti monolitici delle storie. ritrovandosi così senza gli strumenti per abbatterli. allora? “se solo avessi mangiato la sogliola in tutti questi anni, forse, oggi, avrei più ferro e una memoria migliore”. che cosa c’entrasse la mancanza di utensili scalfenti con il ferro e la memoria, solo graffetta poteva saperlo. ipotizziamo però che il nesso sia da ricercare nel fatto che la memoria può essere a tutti gli effetti considerata uno strumento indiretto per la lotta contro gli ostacoli. chi ha buona memoria, a fatica si scoraggia e perde il filo. invece, graffetta, il filo lo perdeva spesso, dimenticandolo, quelle volte inguaribili, in un labirinto. “vallo a riprendere”, si suggeriva con sarcasmo mentre continuava a cercare il coniglio nella tasca della salopette. senza trovarlo, per altro.
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post it uno.
graffetta aveva il vizio di leccarsi i capelli, quando era in attesa. teneva gli occhi chiusi, per potersi immaginare ciò che le sarebbe potuto succedere, di lì a poco. Passarono ore, invece. Lei, ogni 5 minuti, apriva gli occhi sperando che qualcosa (di brutto) fosse accaduto. Lo passava così il tempo, graffetta: sbiadendo la tasca di jeans sul petto dagli infiniti tentativi di pescare il coniglio dal cappello. ma lei non è né una strega, né una chiromante, né un’ammaliatrice di serpenti, e neppure una prestigiatrice. dunque la sua salopette si invecchiava, così come i suoi capelli.
un giorno si trovò a edimburgo e pensò di aver trovato la strada giusta per rimanere con i piedi per terra. trovò un lavoro, part-time, in un negozio di coltelli cinesi e di matrioske russe, e si rese ben presto conto di
a. non riuscire a comunicare nell’inglese scozzesizzato dei concittadini che lei stessa si era scelta;
b. non poter vendere coltelli cinesi a cinesi che parlano solo la loro lingua
c. non poter parlare di matrioske russe alla folta comunità russa in villeggiatura a edimburgo perchè loro, di matrioske ne avevano già riempite le mensole.
si dileguò, dunque, e tornò a casa, sperando di poter includere, nel suo già entusiasmante curriculum vitae, le 10 parole di inglese che conosceva (tree, masterpiece, awkward, it, should, Italy, magnetic fields, ashtray, gratitude, superior), le cinque di cinese che aveva imparato (you dì yuàn, líng, miàn mó, bēn xí, xiōng shā ) e le 2 di russo che il suo intuito non si era lasciato sfuggire (Pogiàluista e Kak dilà?).
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some personal obsessions
omg = oh my god. while i’m working here and there trying to put together a decent salary by the end of the month, well, I’m getting addicted to the catchy melody of this song
“I like you so much better when you’re naked” by a swedish lady called IDA MARIA - when you google it, you have many catholics and political hits (that’s what happens if you have the italian version of google, and if you are live in a country where Ida Maria is the name of a senator). but of course she has nothing to do with both of them. she’s a pretty dark lady who can write and perform very good song.
then I got entertained listening to this song, “Don’t Lie to You”, by the british young band Let’s Wrestle (ep under Stolen Recordings). what follows is just my short comment about the band. (E’ possibile che quando i pubblicitari scopriranno “Don’t Lie to You”, faranno a botte per avere la licenza. La canzone che apre l’ep di debutto dei Let’s Wrestle è una bomba ad orologeria, di quelle che durano una stagione - o anche due - poi esplodono e cadono nel dimenticatoio. Per certi versi - nella freschezza e orecchiabilità - ci ricorda i nostri (molto più) bravi Jennifer Gentle (la loro “I do dream you” fu usata per uno spot cinese di preservativi). I Let’s Wrestle per il momento sono conosciuti ancora da pochi (e non così diverso dovrebbe essere per una punk band) ma se, appunto, qualcuno scoprirà quel pezzo, sarà la loro fine o, nella migliore delle ipotesi, il loro vero inizio. Sono tre inglesi che suonano il punk senza (ovviamente) saper suonare, sbattendo tre accordi uno dopo l’altro e magicamente dando vita ad altri 5 brani (che seguono “Don’t Lie to you”) che si possono cantare dal secondo ascolto. Non carini quanto la hit, senza dubbio, ma il piglio di sbarbi provocatori ce l’hanno tutto.)
Last, but not least, and maybe first, are the french guys STANLEY KUBI, real genius. you can listen to their brand new album on their website. they would definitely fit Clandestino’s style, but they cost too much. schade. i wish they were here, or, better, i wish i was there, this weekend.
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